Virginio Bettini nacque a Nova Milanese il 29 giugno 1942, e nella stessa città si spense il 21 settembre 2020, lasciando un’eredità intellettuale e civile che ancora oggi traccia linee profonde nel pensiero ecologista italiano ed europeo. Geografo di formazione e tra i padri dell’ambientalismo scientifico in Italia, fu tra i primi a cogliere, studiare e denunciare con metodo e passione le gravi contraddizioni del modello di sviluppo moderno.
Allievo e collaboratore di Lucio Gambi, fin dalla laurea all’Università Statale di Milano nel 1967, iniziò a indirizzare i suoi studi verso i temi ambientali. Già in quegli anni visitò numerose istituzioni accademiche europee e americane, dove assorbì gli approcci più avanzati alla geografia e all’ecologia, senza mai rinunciare al suo pensiero critico, neppure quando la sua tessera del Partito Comunista Italiano poteva rappresentare un ostacolo nei contesti internazionali.
Nel 1971 fu tra i fondatori della rivista “Ecologia”, di cui assunse la direzione fino alla sua chiusura nel 1973. Nello stesso anno iniziò a collaborare con Giulio Maccacaro e con Medicina Democratica, rafforzando la propria consapevolezza sugli effetti sanitari e ambientali del modello industriale. L’esperienza professionale presso il presidio sanitario di Corsico, a seguito del disastro Icmesa a Seveso, fu un punto di svolta: da quel momento, la sua vocazione ambientalista si fece militanza quotidiana.
Nel 1976 venne chiamato a insegnare Ecologia nel primo corso di laurea in Urbanistica italiano, fondato allo IUAV di Venezia da Giovanni Astengo. In un tempo in cui l’urbanistica era ancora cieca alla questione ecologica, Bettini osò porre l’attenzione su ciò che molti consideravano utopia: la città non poteva più crescere distruggendo i suoi apparati organismici. Doveva divenire un “ecosistema urbano”, in equilibrio con il contesto ambientale che la ospitava. Portava ad esempio la tradizione inglese del “country planning”, in cui gli insediamenti si sviluppavano nel rispetto delle regole ambientali locali, contrapposta alla devastazione speculativa in atto nelle città italiane. Tali idee, allora etichettate come “deep ecology”, erano in realtà visioni lungimiranti.
Bettini fu docente appassionato e divulgatore instancabile. In Italia e in Europa promosse la diffusione dei modelli di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), già ampiamente applicati negli Stati Uniti fin dalla legge quadro sull’ambiente del 1969. Studiò e operò direttamente con figure di rilievo internazionale come Barry Commoner, Larry Canter e Lawrence Ortolano, facendoli conoscere anche in Italia attraverso convegni, pubblicazioni e reti accademiche e civili. Grazie al suo impulso, la cultura della valutazione ambientale divenne strumento critico e tecnico nei progetti territoriali e infrastrutturali, e non semplice ornamento burocratico.
Accademico, militante, scienziato e radicale, Bettini partecipò attivamente alle principali battaglie ambientaliste del secondo Novecento. Con Barry Commoner si recò in Vietnam per documentare gli effetti devastanti della guerra chimica americana. Fu protagonista del movimento antinucleare, e alla Conferenza Nazionale sull’Energia del 1987 aprì il suo intervento agitando un piccolo scheletro di plastica, simbolo dei danni epidemiologici causati dai radionuclidi. Dopo il referendum che sancì l’abbandono del nucleare in Italia, ammonì: l’alternativa non può essere il carbone, né tantomeno il ritorno alle fonti fossili.
Nel 1989 entrò al Parlamento Europeo con i Verdi Arcobaleno, e successivamente rappresentò la Federazione dei Verdi fino al 1994. In quell’arena internazionale fu vicepresidente della delegazione per le relazioni con la Repubblica Popolare Cinese, membro della Commissione per l’energia, la ricerca e la tecnologia, e della Commissione per la politica regionale. La sua voce fu chiara, radicale e documentata: un raro esempio di scienza a servizio della politica.
Nel tempo si avvicinò al Partito della Rifondazione Comunista, con cui si candidò nel 1999 alle elezioni europee e nel 2001 al Senato, senza tuttavia risultare eletto. Ma non fu mai la carriera a interessarlo: Bettini restò sempre fedele a un’idea di impegno fondata sulla responsabilità scientifica e sulla prossimità con i movimenti di base. Fu promotore del primo comitato scientifico della Lega per l’Ambiente (poi Legambiente), e contribuì alla Commissione Ambiente del PCI insieme a Laura Conti. L’esperienza accademica non lo rese mai un intellettuale distaccato: visse la militanza come necessità etica e pedagogica.
Non mancò di denunciare, con forza, le derive carrieristiche e conservatrici che minavano la sinistra istituzionale e anche parte del mondo accademico e ambientalista. Le sue critiche erano spesso dure, ma sempre mosse da una profonda coerenza intellettuale.
Oggi, urbanisti come Stefano Boeri parlano di una “dialettica oppositiva tra insediamento e natura”, sostenendo che l’urbanistica debba tornare a rispettare le regole ecologiche dei territori. È quanto Virginio Bettini diceva già decenni fa. Allora veniva considerato troppo radicale. Forse, semplicemente, era solo molto in anticipo.
