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Spiga Eliseo

“Difficile vivere nel posto in cui ci sono più ragioni per morire”. Si enuclea in questo fulgido assioma il senso più provocatorio dell’opera di Eliseo Spiga, un pensiero tratto dal suo ultimo saggio, “La sardità come utopia. Note di un cospiratore”, (CUEC Editrice, 2006), l’originale autobiografia di un percorso politico e culturale tutto incentrato sul rifiuto critico delle ideologie della modernità. Forse il punto più alto di un’analisi, quella di Spiga, fra le più anticonvenzionali e complesse nel largo panorama degli autori identitari sardisti. 

Dirigente politico e sindacale, scrittore, giornalista e militante etnicista, nasce lontano dalla Sardegna, precisamente ad Aosta, il 14 giugno 1930 da genitori emigrati dall’Isola. A tracciare la sua infanzia e la sua adolescenza sono le molteplici incrinature di un’epoca storica difficile: le ristrettezze materiali del paese in cui cresce, Quartucciu, il trauma della Seconda guerra mondiale, dunque la fame, la paura, le malattie, e non da meno le tormentate vicissitudini di una famiglia di operai e contadini. Germoglia in questo clima la formazione politica di Spiga, dall’iniziale attrazione per le grandi ideologie del dopoguerra, ai grandi incontri che animeranno la sua evoluzione culturale, su tutti quello con Emilio Lussu, che da leggenda combattente e da scrittore sardista e antifascista caratterizzerà in modo sostanziale le scelte e l’appartenenza di Eliseo Spiga.
Lo spazio di impegno è quello della sinistra, dove l’esercizio dell’attivismo utopico si abbina in Spiga a molteplici ruoli e molteplici vocazioni: dirigente di partito, militante, organizzatore di circoli politico-culturali, fondatore di giornali periodici, animatore del movimento per i diritti linguistici dei Sardi e ideatore del primo ed unico sindacato etnico dei lavoratori, la Confederazione sindacale sarda (CSS). In ognuna di queste esperienze, Spiga imprime la sua spiccata tensione critica, la passione per l’approfondimento, la dialettica, l’autonomia del pensiero. Tratti, questi, che lo allontanano dalla militanza nel PCI sviluppando una polemica serrata nei confronti delle ideologie di sinistra. Nel 1968 arriva infatti il distacco definitivo, e sempre in questo periodo la pubblicazione di un libro con lo pseudonimo di Giuliano Cabitza, intitolato “Sardegna: rivolta contro la colonizzazione”. È l’esordio di un cammino verso l’autogoverno comunitario, dove le tesi autonomiste, sardiste e indipendentiste si strutturano nelle idee di Spiga in un pensiero solido, che non è più solo un’aspirazione ideale, bensì una vera e propria prospettiva politica a cui tendere. Una svolta radicale, non più rinviabile: quella che per molti verrà etichettata come la stagione del neo-sardismo. 

La Sardegna descritta da Cabitza diventa il centro dell’universo, un’Isola da cui scompaiono le città, l’urbanesimo capitalista, il partito, il sistema comunista, il marxismo-leninismo, la stessa classe operaia. Non si tratta più di un piccolo punto sperduto nel mappamondo, ma di una torre d’osservazione privilegiata da cui scorgere i problemi e i destini dell’umanità.  Per Spiga inizia così un nuovo tempo, fatto di un’intensa e pluridecennale attività da pubblicistica, e con Antonello Satta fonda il periodico “Nazione Sarda”, nel quale confluiranno diversi autori di matrice sardista. 

Trascorsi diversi anni, nel 1998 è la volta di una delle sue opere narrative più significative, “Capezzoli di pietra”. Un suggestivo e avvincente romanzo popolato da personaggi terragni e visionari, la dimostrazione che Spiga amava muoversi non solo come teorico saggista, ma anche come tessitore di sorprendenti liriche. Nel 2000 pubblica un altro libro, scritto assieme allo scrittore e poeta Francesco Masala e al filosofo Placido Cherchi, intitolato “Manifesto della gioventù eretica e del comunitarismo”: un’opera che prova a interpretare, in riferimento alla realtà sarda, i principi e i valori della cultura nuragica e, in particolare, il significato antropologico della concezione comunitarista.

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L’approdo del suo lungo impegno culturale è nel 2006, con il già citato “La sardità come utopia, note di un cospiratore”. In quest’opera Spiga si libera di ogni possibile coercizione ideologica, dall’illuminismo, al liberalismo, dal marxismo dal socialismo, e mette al centro dell’analisi la sua esistenza, come base sorgiva di una nuova elaborazione concettuale. La tesi di fondo, infatti, è che la vita di ogni essere umano contenga un messaggio unico, e non importa l’entità o il suo contenuto, ma la possibilità che questo messaggio possa essere confrontato con gli altri, nel tentativo di ricostruire un dialogo plurale, capace di ricomporre l’unità del genere umano; un dialogo in grado di espandersi su livelli sempre più alti fino a ricomporre una dignità collettiva e di popolo. Non più, dunque, le grandi idee a governo degli uomini, ma all’opposto l’uomo e la sua esistenza al centro di un percorso universale.  Questo il testamento di Eliseo Spiga, che solo pochi anni dopo la sua ultima opera, il 19 novembre del 2009, morirà a Cagliari, all’età di settantanove anni, lasciandoci in eredità un esempio di libertà svincolato da ogni modello.  

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