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Salvi Sergio

Nell’infinito universo delle lingue ufficiali, c’è un invisibile sottomondo di “lingue tagliate” che resta sommerso negli abissi della censura politica e nell’oblio della modernità. Sergio Salvi, costruttore di questa tesi, la definisce più apertamente come un “genocidio bianco”, un delitto sottile che si compie ai danni di due milioni e mezzo di cittadini alloglotti: una soppressione in contrasto con la Costituzione e con la dichiarazione dei diritti dell’uomo. A subirne gli effetti, sono tutti gli italiani che appartengono alle minoranze linguistiche cosiddette storiche, uomini e donne che vantano come lingua madre l’albanese, il catalano, il tedesco nelle sue varianti, il greco, lo sloveno, il croato, il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano, il sardo. Un fluire di parlate che delle volte si incastrano l’una dentro l’altra, e che più di ogni altro aspetto restituiscono la misura della complessità dell’Italia e della ricchezza delle culture che la animano.

È questo il nucleo politico del vasto lavoro culturale di Sergio Salvi, poeta e critico letterario, scrittore e storico delle lingue minoritarie.

Nato a Firenze nel 1932, dove tutt’ora vive, è stato fin da giovanissimo il fondatore della rivista “Quartiere”, ma anche redattore negli inserti “Protocolli”, “L’Oggidì”, “Il Bimestre” e promotore di un’idea della poesia come sistema scientifico. Dopo cinque libri di versi (ricordiamo Il vento di Firenze, 1960 e Le croci di Cartesio, 1966), un saggio di critica letteraria (Il metro di Luzi, 1965) e un romanzo sperimentale (L’oro del Rodano, Rizzoli, 1972), Cassola abbandona l’esercizio della letteratura per abbracciare un’indagine più politica. 

Nel 1964 inizia il suo interesse per la patria dei trovatori: l’Occitania. Un’esperienza che risulterà determinante per il suo iter di studi sulle minoranze linguistiche: Salvi scopre, infatti, come l’originaria lingua d’oc, nonostante il secolare divieto di usarla, sia ancora viva, e che il presunto Midi della Francia sia in realtà una nazione ancora culturalmente omogenea. Studia dunque sul campo il problema di una “cultura” (in senso antropologico) oppressa. E dopo l’Occitania prende in esame, una per una, le altre culture emarginate dell’Europa occidentale. Da questo percorso ne nasce così un poderoso volume intitolato “Le Nazioni proibite”, edito Vallecchi, del 1973. 

Poco dopo, nel 1975, esce il libro forse più noto, “Le lingue tagliate”, edito Rizzoli, un lavoro originale, dove Salvi racconta senza pregiudiziali le storie parallele delle minoranze linguistiche italiane. Un’opera che documenta l’oppressione esercitata dallo Stato ai danni delle tante espressioni linguistiche radicate nei territori, con una sottolineatura coraggiosa sulle responsabilità storiche e sociali (ad esempio la repressione del ventennio fascista). Nel mirino di Salvi ci sono soprattutto politici, docenti, giuristi, glottologi, figure che definisce come i devoti servitori dei vari regimi, coloro che hanno coperto “scientificamente” il genocidio linguistico.

Una denuncia culturale durissima, quella dell’autore fiorentino, che tuttavia contiene in sé una possibile soluzione: “La libertà linguistica può e dev’essere concessa a tutti i cittadini senza bisogno di ricorrere a provvedimenti speciali e senza gli alibi delle fughe in avanti. Basta infatti che lo Stato applichi definitivamente lo spirito della Costituzione antifascista e repubblicana”. Un monito che dopo diversi anni, nel 1999, ha contribuito all’istituzione della nota legge 482, sulle “Norme a tutela delle minoranze linguistiche e storiche”, grazie alla quale lo Stato ha finalmente provveduto al riconoscimento lingue minori. Al riguardo, ancora rivolto al problema della salvaguardia linguistica, nel 1978 esce per Vallecchi “Patria e matria. Dalla Catalogna al Friuli, dai Paesi Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell’Europa occidentale contemporanea”. Un altro lavoro di grande interesse, che conferma per Salvi il filone di ricerca inaugurato con il precedente libro “Le lingue tagliate”. 

Ma nel suo lungo percorso di studio il saggista fiorentino ha condotto anche importanti analisi storiche. Una su tutti è certamente quella dedicata all’Unione Sovietica e al rapporto tra questa cultura e l’Islam. Si possono annotare nel merito alcuni saggi come “La disUnione Sovietica. Guida alle nazioni della non Russia”, edito Ponte delle Grazie, 1990, e “La mezzaluna con la stella rossa. Origini, storia e destino dell’Islam sovietico”, edito Marietti, 1993. 

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Sempre in ambito storico Salvi si è occupato inoltre della Toscana, con il saggio “Nascita della Toscana. Storia e storie della Marca di Tuscia”, edito Le Lettere, 2001 e “L’identità toscana. Popolo, territorio, istituzioni dal primo marchese all’ultimo granduca”, edito Le Lettere, 2006. Ma soprattutto Salvi è stato uno dei principali studiosi e assertori di una koinè linguistica padana, a cui ha dedicato la pubblicazione intitolata “La lingua padana e i suoi dialetti”, Quaderni Padani n. 25/26, 1999.  

Tra le altre pubblicazioni vanno ricordate sicuramente “Tutte le Russie. Storia e cultura degli Stati europei della ex Unione Sovietica dalle origini a oggi”, edito Ponte delle Grazie, 1994; “L’ Italia non esiste”, edito Camunia, 1996; “Breve storia della Cecenia”, Giunti Editore, 1995; “La Cecenia e i paesi del Caucaso del nord”, edizioni Insula, 1996. 

Il lavoro di Salvi rappresenta un punto di riflessione storico-linguistico necessario per ritrovare l’identità smarrita di un mondo sempre più multi-globale, perché, come ci ricordano le sue parole in un passaggio del libro Le Nazioni proibite, “oggi restano in vita, proprio nell’Europa occidentale, ancora molte nazioni che si trovano inserite in Stati costruiti da nazioni diverse. Sono le nazioni miracolosamente scampate finora al massacro del genocidio linguistico e culturale. E vanno salvate. È giusto preoccuparsi della salvezza degli ultimi esemplari di specie animali e vegetali che stanno estinguendosi, è giusto proteggere dalla distruzione e dalla rovina i monumenti e i paesaggi. Ma è altrettanto giusto e doveroso proteggere le nazioni e le lingue sull’orlo della scomparsa. Esse sono, oltretutto, portatrici di valori che fanno parte del patrimonio comune dell’umanità”.

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